La vita è tutta un henka

Il motto di Novum Experience è: comprendi, trasforma, migliora.

Eravamo e siamo convinti, ieri come oggi, che la pratica di una disciplina debba essere vissuta costantemente in tre dimensioni. La prima è renderci capaci di allargare la nostra capacità di fare nostre le esperienze che viviamo. Letteralmente: com-prendere. A livello cognitivo come a livello fisico.

La seconda è essere disponibili all’ascolto delle trasformazioni che la pratica costante porta con sé. A livello fisico cambia la postura, migliora l’elasticità, aumentano le competenze. A livello attitudinale si diventa di solito più capaci ad essere focalizzati, migliora la rilassatezza, si riesce a far fronte a un carico di impegni maggiore, di solito gestiti in modo più funzionale. Si modificano le relazioni.

La terza è la conseguenza delle prime due: quando inizia ad essere chiara la direzione indicata dal cambiamento, diventa possibile migliorare. Ci si rende conto che il tempo dedicato a coltivarsi restituisce una versione più autentica di sé. Pù vera. Autenticamente migliore di quella di ieri.

Oggi parliamo della trasformazione, perché è un po’ il pilastro intorno al quale si struttura ogni percorso di miglioramento individuale, non soltanto l’Aikido o, in generale, un’Arte Marziale.

Nel gergo tecnico dei programmi di insegnamento, abbiamo familiarità con i termini henka/henko.

Generalmente (e correttamente), li traduciamo con “variazione”. Con annesse amenità quali: “Quando l’allievo sbaglia la tecnica, fa un errore. Quando la sbaglia l’insegnante, fa un henka”.

Fa ridere perché è vero. (Cioè: è contemporaneamente vero che gli insegnanti sbagliano e che un buon 90% non ammette di sbagliare). Ma torniamo a noi.

In Giapponese, per dire “cambiare vita/trasformare la propria esistenza”, si dice:
生活を変化させる (seikatsu wo henka saseru): far sì che la vita faccia un henka.

Quanti henka, quante trasformazioni ha visto la nostra esistenza?

Non esistevamo -e siamo nati.

Non riuscivamo a badare a noi stessi -e qualcuno ci ha accuditi, accompagnando la nostra crescita.

Abbiamo progressivamente fatto le nostre scelte -spesso definendoci più attraverso molti “no” che per effetto di alcuni “sì”.

Abbiamo conosciuto delle persone -e la relazione con esse ha modificato le nostre traiettorie.

Ciascuno di noi potrebbe inanellare una serie molto lunga di snodi, di momenti in cui la nostra traiettoria si è modificata, permettendoci di accedere ad un livello superiore di comprensione, di completezza, di potenziale.

Ecco, per noi la disciplina è trasformativa quando ci apre un orizzonte più ampio, quando eleva la nostra esistenza.

Certo, ci sono eventi che anziché aumentare il nostro potenziale possono scatenare una involuzione. Un incontro sbagliato e una relazione tossica protratta; scelte che si sono rivelate controproducenti; persone che si giravano dall’altra parte quando avevamo bisogno di supporto. Sbandare è facile come respirare. Anzi, forse sbandare è una delle poche esperienze condivise da tutto il genere umano.

Per fortuna esistono luoghi e percorsi in cui poter deporre le maschere e far sì che la nostra storia possa far emergere chi siamo e chi possiamo essere. Il Dojo è uno di questi luoghi.

All’interno della pratica -e specialmente attraverso i passaggi di grado- si nota sempre (non spesso: sempre) una graduale trasformazione. Non semplicemente una variazione, ma una evoluzione.

La persona tesa diventa meno tesa. Quella apatica più focalizzata. L’imbranato meno imbranato. L’asociale diventa più empatico. E così via.

Gli adulti non sono poi così diversi dai bambini. I bambini hanno meno freni, quindi spesso con voce petulante chiedono “Oggi facciamo l’esame”? Una versione marziale del “siamo arrivati”? durante i viaggi in auto.

Gli adulti sanno che rischiano di diventare dei beta-tester delle nuove katana dei sensei. Ma in fondo arrivano alle stesse richieste. Se non con le parole, con quella (in)sana maniacalità nel ripassare le tecniche che contraddistingue ogni gruppo nei mesi precedenti l’esame.

Se ci si fermasse a considerare il “prima”, l’insegnante medio presiederebbe una sessione di esami con lo stesso entusiasmo di chi si deve andare a recuperare un pallone finito in mezzo a dei rovi.

Poi arriva quel momento, fatto di tecniche e di espressione libera, e immancabilmente sei testimone della trasformazione.

In fondo, la stessa trasformazione che la fiducia di qualcuno ha saputo innescare in noi a suo tempo.

Non è un miracolo ma poco ci manca.

Quella striscia di stoffa colorata data a un bambino, quella riga vidimata su una licenza per un adulto, diventa un punto di non ritorno. Ed è uno dei motivi principali per cui vale la pena ingaggiarsi il più possibile nella pratica e nella sua diffusione.

Teniamolo in considerazione quando, nell’esecuzione dei programmi tecnici, vediamo emergere qualcosa di diverso dai sacri testi.

Se è un henka codificato ed è fatto alla perfezione, la pratica risulta ancora viva così da diventare un elemento che attiva il cambiamento del praticante? O è diventato l’ennesimo kata, ingessato in una articolata messinscena?

Se è un errore, riusciamo a vedere, insieme a chi lo commette, la capacità trasformativa di poter abbracciare l’errore per riconoscerlo e fare un passo in avanti?

Trasformazione, non perfezione.

Disclaimer: Foto di Miguel Á. Padriñán da Pexels

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