Intrappolati

La ricerca di un movimento consapevole e pienamente integrato è l’obiettivo di ogni disciplina.

Consapevolezza e integrazione segnano la distanza che c’è tra un praticante avanzato e uno alle prime armi; tra un professionista e una persona che muove i primi passi nel mondo del lavoro; tra la saggezza e l’inquietudine.

Si può fare esperienza fisica di questo processo. Ciclicamente la viviamo nel Dojo dove ci alleniamo e a nostra volta la riproponiamo nei nostri gruppi. Si tratta di una metodologia di pratica semplice quanto di grande impatto.

Iniziamo a muoverci, lentamente, aumentando la consapevolezza del movimento. Un movimento che deve essere all’inizio semplice, pienamente integrato: la corrispondenza mano-piede, gomito-ginocchio, spalla-anca offre il punto di verifica di uno spostamento coerente, fluido. Integrato, appunto.

La progressione dell’esperienza va poi a inglobare nel movimento un oggetto -sia esso un bastone, una spada, una cintura. Infine, uno o due compagni, attraverso delle prese, hanno il compito di ostacolare il movimento.

Si possono così osservare alcuni aspetti.

L’azione, spesso, degenera in reazione. Il respiro si interrompe, ci si blocca, si ricorre alla forza impositiva per uscire dall’impasse. Si ricorre spesso e malvolentieri alla tecnica, mandando alle ortiche quell’idea di armonia e fluidità che era dovuta all’assenza di confronto.

Di conseguenza si può fare esperienza di alcuni aspetti così banali da essere sorprendenti.

Quando ancoriamo il movimento integrato alla respirazione e abbiamo cura di non consentire agli eventi esterni di modificarla, la respirazione diventa una potentissima risorsa del movimento stesso, che risulta molto difficile da bloccare.

Di conseguenza, la mente non prende il sopravvento e non preordina niente. Nessuna alberatura di “what-if-else” e quindi non impone nessun freno a mano al corpo.

Un ultimo aspetto, il meno scontato di tutti, è l’emersione della volontà, della decisione. L’integrazione del movimento può diventare un gesto talmente allenato da diventare naturale. Tuttavia esso risiede nella volontà di riempire il gesto di presenza.

Allo stesso modo lo spostamento nello spazio, per quanto con traiettorie irregolari, può avvenire in modo del tutto casuale, vuoto oppure può essere riempito di consapevolezza. Può darsi che un imprevisto, un blocco, alteri la traiettoria ma non la volontà -e quindi il risultato finale- di giungere a destinazione.

Sperimentare sul proprio sistema queste dimensioni ci restituisce una verità scomoda. Gran parte -per non dire tutte- delle mete non raggiunte hanno come responsabile ultimo il nostro sistema non integrato.

In modo complementare: gran parte -per non dire tutti- degli obiettivi raggiunti hanno come responsabili il nostro sistema capace di integrarsi con gli elementi con cui continuamente entra in contatto. O conflitto, che poi è lo stesso.

Intestardirsi in una direzione e perdere di vista la destinazione; confondere il mezzo col fine; credere di poter fare affidamento sulle proprie forze; eliminarsi dall’equazione della propria esistenza…
Sono esperienze comuni, che abbiamo vissuto e che viviamo tutti. Salvo poi lamentarci e prendercela con tutti tranne che con gli unici capaci di generare qualche forma di cambiamento reale nella nostra vita: noi.

L’Aikido consente una sperimentazione di questo processo con modalità più estese rispetto ad altri percorsi.

Il programma tecnico non è nient’altro che un kit di attrezzi di base per mettere in atto questo processo. La tecnica ha una geometria chiara, la traiettoria di esecuzione è semplificata rispetto ad un attacco reale, la finalizzazione è sempre garantita.

Il rischio di rimanere intrappolati nella tecnica -e quindi nella mente- è elevatissimo. Certo: sapersi destreggiare nel programma richiede tempo. Aumentare la perizia richiede pazienza e un ambiente che sappia facilitare e supportare la crescita.

Quando però si arrivi a un livello tecnico soddisfacente; quando cioè la sequenza meccanica dei movimenti sia in qualche modo chiara e interiorizzata, occorre chiedersi se stiamo eseguendo l’ennesima routine, l’ennesimo kata oppure se abbiamo attivato un processo di integrazione reale.

Molto spesso si confonde lo strumento (il programma tecnico) con il fine (la costruzione di una persona più capace di integrazione).

Infatti gli ambienti di pratica sono ambienti -giustamente- amici. Si cade perché si è “brave persone”.

Così succede che, quando incrociamo persone nuove -siano esse nuovi tesserati o partecipanti a uno stage- con lo stesso movimento una la conduciamo a terra, l’altra la proiettiamo, l’altra ancora rimanga saldamente in piedi.

E succede anche che, quando pensiamo di essere illuminati, rilassati, mezzi guru e capacissimi, qualcuno ci blocchi e, di fatto, diventiamo totalmente incapaci di andare là dove vorremmo.

Semplicemente perché non abbiamo mai capito di esserci intrappolati con le nostre stesse mani.

Disclaimer: foto di Jimmy Chan da Pexels

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